11:11 – La Privacy ai tempi del Covid-19: ovvero perché fare la spesa da affamati è una cattiva idea

New Jersey, 1989 – Una piccola start-up di brokeraggio, la Stratton Oakmont, si lancia nella sfida ai giganti di Wall Street, guidando le IPO di più di 30 aziende negli anni successivi. Nel 1995 Stratton cita in giudizio Prodigy Services, uno dei primi portali online, per diffamazione. Un utente anonimo aveva infatti denunciato le pratiche illecite perpetrate dai suoi broker su una delle quotazioni in borsa che il fondo aveva lanciato. 

Se il nome Stratton Oakmont suona familiare è perché lo è: si tratta del fondo creato da Jordan Belfort, altrimenti conosciuto come ‘The Wolf of Wall Street’.

Ciò che è meno noto, è che quella causa per diffamazione ha posto le basi della legge che regola Internet per come lo conosciamo oggi, le sue dinamiche e il suo sistema di espressione e relazioni: la Section 230 del Communication Decency Act.

“No provider or user of an interactive computer service shall be treated as the publisher or speaker of any information provided by another information provider.”

“Nessun provider o utente di un servizio informatico interattivo dovrà essere considerato come editore o relatore di qualunque informazione fornita da un altro provider di contenuti informativi.”

Il principio di fondo è equiparare portali online a librerie o biblioteche: fare causa a una piattaforma online per un post osceno su un blog sarebbe come fare causa alla Public Library di New York perché ospita una copia di Lolita.

In buona sostanza: Mark Zuckerberg non risponde di tutto quello che può venirmi in mente di scrivere sulla sua piattaforma.

Quando la Corte Suprema dello stato di New York ritenne, infatti, Prodigy responsabile dei contenuti in quanto publisher e moderatore, due deputati (Ron Wyden, democratico dell’Oregon, e Cristopher Cox, repubblicano della California) intervennero per regolamentare il settore che stava per cambiare l’economia mondiale.

La spada e lo scudo

La Section 230 nasceva per fornire alle internet companies “una spada e uno scudo” nelle parole di Wyden, oggi senatore.
Lo scudo era la protezione dalla responsabilità sui contenuti generati dagli utenti, la spada per permettere loro di prevenire “offensive materials”, contenuti offensivi attraverso i termini d’uso e la loro moderazione.

Facebook, Twitter, Wikipedia, Amazon, Instagram, TripAdvisor: praticamente ogni gigante di Internet per come lo conosciamo oggi, sarebbe completamente diverso senza la Section 230. E praticamente ognuno di loro l’ha invocata in tribunale, quando si è ritrovato a difendersi per contenuti presenti sulla propria piattaforma.

Quando la legge fu creata, nel 1996, Google non esisteva ancora e Zuckerberg aveva 11 anni. Internet era una nuova rivoluzione industriale e il legislatore non voleva rallentare la crescita dei nuovi player con il peso che il controllo, la moderazione e la responsabilità avrebbero comportato sui contenuti generati dagli utenti. 

Ventiquattro anni dopo, molti dei problemi di Internet di oggi sono riconducibili a quel pezzo di legge: fake-news, gruppi no-vax, cospirazionisti in generale, gruppi neofascisti o neonazisti, bullismo digitale possono diffondersi liberamente su piattaforme senza che nessuno ne risponda (le compagnie perché protette dalla section 230, gli utenti protetti dal primo emendamento che afferma la libertà di espressione). 

Nell’ultimo anno, la Section 230 è entrata sempre di più in discussione: sia repubblicani che democratici (anche se per ragioni divergenti) ritengono necessaria una revisione della legislazione.
Citando di nuovo il senatore Wyden riguardo alla moderazione dei contenuti: “Se – le internet companies – non usano la spada, perderanno anche lo scudo”.

Lezione n°1 su regolamentazione e big tech: in un mondo che cambia a velocità esponenziale è estremamente difficile legiferare la sua evoluzione tecnologica, economica e sociale ed è praticamente impossibile prevedere tutte le conseguenze e le implicazioni di lungo termine delle decisioni di oggi.

Fin dalla prima rivoluzione industriale, legislatore e imprese si sono scontrati in un braccio di ferro. Da un lato gli sforzi governativi di regolare il sistema economico e gli attori che si muovono al suo interno, in modo da proteggere – in teoria – gli interessi e i bisogni della società. Dall’altro compagnie alla costante ricerca di mezzi per massimizzare i propri margini e il proprio valore, per le quali ogni regola costituisce un freno, un vincolo alla propria crescita.

È emblematica la posizione presa da Eric Schmidt, amministratore delegato di Google dal 2001 al 2011, che in un’intervista al Washington Post citò la formula antidemocratica dell’ex ceo di Intel, Andy Grove, sottolineando di ritenerla ‘personalmente valida’: “L’high-tech va tre volte più veloce di un business comune. E i governi vanno tre volte più lenti di un business comune. Di conseguenza il gap ammonta a nove volte. Per questo motivo bisogna assicurarsi che il governo non si metta in mezzo rallentando le cose”.

Lezione n°2 su regolamentazione e big tech: non prendere decisioni definitive in un momento eccezionale.

L’ultima volta che il mondo è cambiato

È qualcosa che ho imparato più volte:

  • Mai fare la spesa al supermercato quando sei affamato. 
  • Mai mandare e-mail polemiche quando non puoi farle leggere prima a qualcuno.
  • Mai scrivere alla propria ex quando sei solo, all’1.24 di notte, di un martedì di ottobre.

Prendere decisioni irreversibili in un momento di crisi porta generalmente e inesorabilmente a grossi rimpianti.

Allo stesso tempo ci sono momenti che cambiano completamente la nostra percezione delle priorità e le valutazioni che ne conseguono.
Uno di questi accadde alle 8.46 del 11 settembre 2001, quando il volo American Airlines 11 si schiantò sulla facciata settentrionale della torre nord del World Trade Center.

Nel libro The Age of Suveillance Capitalism, Shoshana Zuboff colloca nell’11 settembre un radicale cambio di prospettiva rispetto a qualsiasi tematica di privacy e tutela dei dati personali. Trova in quel momento una delle condizioni fondamentali che hanno portato a quello che ha battezzato come Capitalismo della Sorveglianza: “un nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana come materia prima per pratiche commerciali segrete di estrazione, previsione e vendita”.

Prima dell’attacco alle torri gemelle, la Federal Trade Commission era infatti ben intenzionata ad arginare i comportamenti opportunistici e le pratiche illecite di tutte quelle compagnie che, nella seconda metà degli anni ’90, avevano solo cominciato a grattare la superfice di quelle che sarebbero diventate le miniere del nuovo millennio. La corsa all’oro delle informazioni personali.

Le aspettative di autoregolamentazione riposte nelle imprese della internet economy (ovvero l’induzione delle aziende del settore a dotarsi di codici di comportamento, regole sulla privacy e metodi per attuarle) si stavano rivelando mal riposte ed inefficaci.
Nel 2000 un rapporto della FTC concludeva che solo l’8% dei principali siti internet rispettava le norme di privacy approvate e raccomandava la regolamentazione della privacy online tramite leggi ad hoc.

Queste raccomandazioni consistevano in alcuni punti chiave a tutela dell’utente:

  • Set informativi chiari e abbondanti a sua disposizione 
  • Possibilità di scelta dell’uso che viene fatto delle sue informazioni
  • Accesso libero alle proprie informazioni personali
  • Diritto alla correzione o cancellazione dei propri dati
  • In generale, un maggiore controllo e trasparenza.

Ma con gli attacchi dell’11 settembre tutto cambiò: la priorità numero uno divenne la sicurezza e la privacy un aspetto subordinato.

La prof.ssa Zuboff continua evidenziando come “Gli attacchi cambiarono il modo in cui il governo considerava Google: pratiche che poco prima stavano per essere combattute con apposite leggi, in un lampo divennero priorità strategiche.” e, citando il sociologo David Lyon “l’11 settembre ha prodotto conseguenze sociali negative proprie dei regimi oppressivi e dei romanzi distopici. […] La sospensione della normalità viene giustificata parlando di lotta al terrorismo”.

Oggi viviamo un nuovo momento epocale di crisi ed è giusto rivalutare le nostre priorità, mettere in discussione alcuni principi comuni e sacrificare tutto il possibile e necessario per uscire da questo incubo.

Misure straordinarie e sacrifici temporanei

È morale e doveroso cercare e utilizzare ogni risorsa a disposizione per contenere la diffusione del virus, prevenire ogni possibilità di contagio e, in ultima istanza, salvare vite umane. Stiamo tutti sacrificando le nostre libertà individuali per far fronte comune alla minaccia virale e proteggere i soggetti più deboli.

Vedendo gli esempi efficaci di Singapore, Corea del Sud e Giappone è evidente come la tecnologia sia un’arma a nostra disposizione, da usare al pieno delle sue possibilità.

Anche in Cina, dopo il tempo imperdonabilmente perso, il dispiegamento di forze è senza precedenti: SenseTime ha sviluppato un sistema contactless di rilevazione della temperatura, così come una piattaforma in grado di riconoscere i volti anche delle persone che indossano mascherine; Alibaba uno strumento di diagnosi che arriva al responso in 20 secondi con una precisione del 96% dei casi; Tencent, proprietaria di WeChat, ha creato un QR code che avvisa gli utenti se entrano in contatto con un portatore di virus; China Mobile, infine, ha tracciato i dati di ogni spostamento di tutti i soggetti a rischio.

È giusto quindi impiegare ogni mezzo possibile e sacrificare – momentaneamente – diritti e libertà dei singoli quando questo significa salvare migliaia di vite umane? Indiscutibilmente sì!

Ma se da un lato, quando tutto sarà finito, non c’è alcun dubbio che ci riprenderemo le libertà di uscire di casa, correre al parco, vedere un concerto o andare allo stadio, non è altrettanto scontato che alcune “misure straordinarie” vengano abbandonate una volta passato l’allarme.

I giganti big tech usciranno ancora più forti da questa crisi: come nel caso delle persone, il virus colpisce i soggetti più deboli mentre Google, Facebook, Amazon si troveranno in monopoli ancora più forti. 

Pensare che Mark Zuckerberg, o chi per lui, rinunci agli spazi che gli vengono aperti, una volta ottenuti, è ingenuo e la storia degli ultimi 20 anni ci insegna altrimenti. 

È imperativo usare ogni mezzo a nostra disposizione per svegliarsi dall’incubo, ma se finiremo per confondere le misure straordinarie per una nuova normalità, il rischio è quello di non riuscire più a riaprire gli occhi come prima.

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