11:11 – Le fake news ai tempi del Covid-19: ovvero come le Big Tech possono combattere l’infodemia quando vogliono

Monaco di Baviera, 15 Febbraio 2020 “Non stiamo combattendo solo contro un’epidemia; stiamo combattendo anche contro un’infodemia. Le fake news si diffondono più rapidamente e più facilmente del virus, e sono altrettanto pericolose. Per questo siamo al lavoro con le principali media company e motori di ricerca come Facebook, Google, Pinterest, Tencent, Twitter, TikTok, YouTube e diversi altri per contrastare il diffondersi di dicerie e disinformazione. Richiediamo a ogni governo, ogni impresa e ogni pubblicazione di lavorare insieme a noi per suonare l’allarme nel modo più appropriato, senza alimentare le fiamme del panico.”

Ha parlato così Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale della World Health Organization, a metà febbraio alla Munich Security Conference. Un mese e mezzo dopo è evidente come il suo appello sia in buona parte caduto nel vuoto.

Alcuni esempi in ordine sparso:

  • Nel Weekend del 14-15 marzo sugli smartphone USA si diffondono catene di messaggi che riportano l’annuncio di una quarantena a livello nazionale decisa da Trump in risposta al coronavirus. I messaggi citano fonti attendibili come “un amico fidato con contatti nelle Nazioni Unite”, “l’amico di un amico che lavora nell’FBI”, “un cognato che copre una posizione di alto livello nell’esercito”. Chiaramente falsi, questi messaggi hanno stupito gli ufficiali USA per la loro velocità di diffusione, tanto da ipotizzare che la loro origine abbia matrici russe o cinesi.
  • Il 12 marzo, Zhao Lijian, portavoce del ministero degli esteri cinese, usa Twitter (tra l’altro bandito in Cina come gli altri principali social occidentali) per pubblicare una sua ipotesi: “[…]Potrebbe essere stato l’esercito americano ad aver portato l’epidemia a Wuhan. Siate trasparenti! Pubblicate le vostre informazioni! Gli USA ci devono una spiegazione!” riportando un video in cui il direttore del CDC dichiara, in un’interrogazione parlamentare, che alcune delle morti inizialmente tracciate come casi di influenza erano in realtà dovute al Covid-19.
  • Nella prima metà di marzo in Irlanda si diffonde una nota vocale su WhatsApp, che annunciava come l’esercito irlandese stesse preparandosi a imporre la quarantena sul paese. La diffusione è tale da portare il primo ministro Leo Varadkar ad affrontare direttamente la situazione: “Chiedo a tutti di smettere di condividere informazioni non verificate su gruppi WhatsApp. Questi messaggi creano solo paura e confusione e portano danni concreti.” 

  • Il 15 marzo il sito della Medical University di Vienna è momentaneamente collassato per eccesso di visite. Nelle 48 ore precedenti si era diffuso attraverso WhatsApp nell’intero paese, e nella vicina Germania, la nota vocale di una donna molto preoccupata (si presentava come “Elizabeth… la mamma di Poldi”) e riportava come una sua amica, che lavora al University Hospital di Vienna, l’avesse chiamata con un avvertimento: molti dei pazienti ricoverati in condizioni critiche avevano assunto ibuprofene nei giorni precedenti e “test condotti dai laboratori dell’università avevano trovato forti evidenze di come l’ibuprofene accelerasse il contagio”. Johann Angerer, portavoce dell’università, classifica l’informazione come “nonsense – senza senso” negando categoricamente che fosse un’ipotesi anche minimamente fondata, discussa all’interno del laboratorio e tantomeno verificata. Ma era troppo tardi: tra sabato e domenica la nota si diffonde come un virus e le ricerche Google di ibuprofene e coronavirus impennano. 

D’altronde come diceva Mark Twain: “una bugia può attraversare mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe.”

Fact-check: la citazione è erroneamente assegnata a Mark Twain, ma in realtà è di Jonathan Swift. #truth #fightfakenews

Le prime misure

In queste stesse settimane le Big Tech – i giganti della tecnologia e di internet – si sono mobilitate per rispondere all’appello di Ghebreyesus attuando misure senza precedenti e per dare risalto a fonti autorevoli.

Non è infatti possibile accedere oggi ad una singola delle principali piattaforme online senza vedere in primo piano link e richiami a WHO, ministero della salute e altre istituzioni di riferimento.

Facebook ha creato uno spazio ad hoc, Coronavirus (COVID-19) Information Centre, che raccoglie i principali post di ministero e WHO appunto, oltre che a indicazioni di base sull’importanza di rispettare le misure di sicurezza, come restare a casa può salvare vite e come gestire lo stress procurato da questa situazione.

Twitter riporta come primo risultato, a chi ricerca “coronavirus”, l’indicazione di informarsi attraverso informazioni ufficiali, riportando il link diretto al ministero della salute, oltre ad aver affermato l’intenzione di intercettare e rimuovere contenuti pubblicitari opportunistici.

Amazon ha progressivamente ridotto ed eliminato le vendite sovrapprezzo di mascherine e sostanze disinfettanti, eliminando altresì oltre un milione di prodotti che si promuovevano come protezioni dal virus in modo ingannevole.

Google si era trovata prigioniera del proprio stesso algoritmo, tanto che per diversi giorni, innumerevoli articoli online sull’emergenza coronavirus erano accompagnati da banner o annunci pubblicitari (erogati da GoogleAds) che promuovevano la vendita di mascherine sovrapprezzo in un momento in cui il personale sanitario ne è alla disperata ricerca. Anche grazie a forti pressioni governative, Google è intervenuta per risolvere e evitare questo tipo di annunci. 

Verily, una piccola compagnia controllata da Alphabet – lo stesso gruppo di Google e YouTube, si è ritrovata al centro dell’attenzione dopo le approssimative e precipitose dichiarazioni di Trump in uno dei briefing quotidiani alla stampa in cui aveva annunciato che Google aveva già costruito uno strumento di screening del virus. Nel giro solo di qualche giorno però i team di Verily e Google sono riusciti a finalizzare un portale di check dei sintomi (una sorta di triage da remoto) e metterlo online.

YouTube ha creato una sezione dedicata dove, analogamente agli altri social, raccoglie i contenuti video di fonti autorevoli.

Spotify ha un nuovo “genere” di Coronavirus Info con link diretto al sito della WHO e playlist di podcast riguardanti l’emergenza prodotti da Il Sole 24 Ore, CNN, BBC e ABC.

Fortunatamente, anche Tencent (WeChat) e gli altri principali social cinesi combattono la battaglia in modo così forte da censurare rigorosamente da più di quattro mesi ogni menzione di coronavirus che non venga dalla voce di partito. 

Ma, tornando all’appello del direttore del WHO, è fondamentale sottolineare come la sua chiamata alle armi si sviluppi su due fronti:

  1. Suonare l’allarme nel modo più appropriato, ovvero come dare rilievo al vero
  2. Non alimentare le fiamme del panico, ovvero come mettere freno al falso

Sul secondo fronte la situazione è decisamente meno incoraggiante.

Fact Checkers e i nuovi Galileo

Tra le tante nuove attività professionali che il mondo dei social ha creato nel corso degli ultimi anni, una delle più rilevanti in questo momento è la nobile arte del fact checking.

Tanto che testate online come Open, non solo hanno una sezione dedicata alla pura verifica delle notizie – portata avanti dal preziosissimo lavoro di David Puente e Juanne Pili – con tanto di numero WhatsApp per verifiche o segnalazioni; ma il volume di fake news è talmente grande e la loro natura talmente variegata da far sì che esista anche una tassonomia ad hoc – una sorta di menu che divide le bufale in diversi gruppi a seconda delle loro caratteristiche.
Abbiamo così sette categorie:

  1. Bufale e Disinformazione
  2. Verifiche Audio WhatsApp
  3. Scienze e Medicina
  4. Teorie di Complotto
  5. Truffe e Virus PC
  6. Politici e istituzioni
  7. Info e Guide utili

Questo per un totale di quasi duecento notizie intercettate e verificate dall’inizio dell’emergenza a oggi.

Fortunatamente, non c’è solo chi verifica e previene il diffondersi di informazioni false, esistono anche think tank e videoblog come Byoblu (130.000 follower su Facebook, 393.000 iscritti al canale YouTube) che portano avanti una frangia ricca di “informazione libera”.
Come per esempio, offrire previsioni su quello che succederà nelle prossime settimane grazie alle “informazioni riservate che provengono dalle sue fonti privilegiate” di un… critico d’arte. Oppure come spiegare che un report della commissione europea (riportato dal Financial Times), che attribuisce al Cremlino la diffusione di fake news sul coronavirus sia in realtà una delle prime avvisaglie “con le quali si tenta di arrivare alla chiusura dei social”. O ancora, come in realtà “si tratterebbe di un’influenza con un grado di patogenicità molto basso e i soggetti colpiti sono quelli già affetti da gravi patologie pregresse” secondo un nanopatologo, già divulgatore scientifico di riferimento per i movimenti no-vax.

Posizioni così all’avanguardia del progresso scientifico, tanto da scatenare la reazione di scienziati ancorati alle conoscenze attuali che richiedono la chiusura di questo diffusore di “informazione libera” e teorie non convenzionali accostato, per sua propria attribuzione, a un Galileo Galilei dei nostri giorni.

Le Big Tech e un’impresa titanica 

Se da un lato, quindi, le iniziative prese nel dare risalto a contenuti autorevoli sono sicuramente apprezzabili (e da mantenere attive anche una volta passato l’allarme), le Big Tech stanno ancora semplicemente facendo troppo poco per gestire l’infodemia della cattiva informazione.

Potrebbe infatti sembrare un’impresa titanica pensare di controllare i contenuti online quando ogni minuto avvengono 1.000.000 di accessi a Facebook, vengono guardati 4.500.000 video su YouTube, vengono effettuate 3.800.000 ricerche su Google, 347.222 utenti scrollano Instagram e 87.500 persone postano su Twitter. Allo stesso tempo però, tendiamo a dimenticare che le Big Tech non sono aziende qualsiasi ma quanto di più vicino ai Titani della mitologia greca sia mai esistito su questo pianeta.

Google conta 115.000 dipendenti, Facebook 43.000. Molti di questi sono tra le menti più brillanti, formate nelle migliori università al mondo. Ingegneri, designer, data scientists, sviluppatori ma anche sociologi, psicologi, ricercatori e scienziati.
Poche aziende, organizzazioni o governi nella storia hanno potuto raccogliere un tale patrimonio di competenze e talenti. Ma questo incredibile potenziale impallidisce di fronte alle risorse tecnologiche che i moderni titani hanno a loro disposizione: lo scorso ottobre Google ha annunciato un significativo avanzamento sul proprio cantiere di quantum computing, una branchia all’avanguardia dell’informatica con decenni di studi alle spalle.
Quantum Supremacy”, questo il nome della macchina sviluppata da Google, è in grado di completare in tre minuti e venti secondi un calcolo matematico che avrebbe richiesto più di diecimila anni a un “supercomputer” di oggi.
Tre minuti e venti secondi contro diecimila anni. Ora, la definizione di supercomputer può essere labile, ma possiamo immaginare che sia qualcosa di ben più potente di un normale iPhone ed è bene ricordare che anche solo questo pezzo di vetro, silicio e alluminio che teniamo in tasca possiede una memoria sette milioni di volte superiore, e una velocità di processione quattrocentomila volte superiore rispetto all’Apollo Guidance Computer, la macchina che progettò il viaggio di un uomo sulla luna nel 1969.

Con questo capitale umano e tecnologico, non esiste impresa che possa considerarsi fuori portata. In effetti la stessa Alphabet ha una divisione dedicata proprio ai moonshots: idee e progetti così ambiziosi da sembrare assurdi.
Forse, se le Big Tech investissero la stessa attenzione e le stesse risorse che oggi dedicano nel personalizzare le pubblicità che vediamo, in modo tale da presentarci il prodotto giusto al momento giusto, potrebbero riuscire a evitare di presentarci teorie complottistiche prive di alcun fondamento e notizie false.

Quattro strategie per una guerra su due fronti

Come dare rilievo al vero?

  • Aggiustare gli algoritmi

A oggi la diffusione di un post su Facebook e di un video su YouTube è trainata dal suo livello di “engagement”. Tanti più sono i like, i commenti, le condivisioni, tanto più il contenuto viene visualizzato sugli schermi degli utenti creando un effetto valanga che rende certi post – per l’appunto – virali.
Questi criteri agevolano la diffusione di contenuti sensazionalistici, che toccano le emozioni più forti e primordiali come stupore, paura e rabbia mentre fatti di cronaca risultano freddi e insipidi. Il mondo online replica quello reale, l’eccesso dei tabloid trasformato in click-baiting, in una dinamica in cui la verità non fa più notizia.
I social e i motori di ricerca hanno però più leve sulle quali agire per regolare i meccanismi di diffusione dei contenuti. Rivedere le logiche degli algoritmi di visualizzazione non significa limitare la libertà di informazione sui social – a oggi la timeline è GIÀ guidata – ma più semplicemente riequilibrare un terreno di gioco che attualmente penalizza notizie vere by design.

  • Spuntina blu, ma non solo

Da qualche tempo i principali social (Facebook, Instagram, Twitter) hanno introdotto il concetto di “profilo verificato”, una spuntina blu di fianco al nome che permette di sapere che quel profilo è effettivamente operato dal personaggio/organizzazione rappresentato. È un piccolo passo nella direzione dell’autenticità delle fonti dei contenuti online, ma sicuramente non abbastanza.
Riprendendo uno spunto di Bill Simmons, è bello immaginare come portare questa indicazione a un livello superiore evidenziando non solo che il profilo è autentico ma anche il campo (e magari il livello) di autorevolezza che possiede. Uno dei problemi è che l’opinione di Cristiano Ronaldo sulla diffusione di un virus e quella di Roberto Burioni su come scegliere il tempo di salto su un cross a giro sono presentate allo stesso modo. Non ha senso ascoltare tutti su tutto e non sempre è facile scegliere le voci più accreditate da ascoltare: Jurgen Klopp sarebbe d’accordo.

Come mettere freno al falso?

  • Cartellini Gialli

Anche in questo caso lo spunto ha una fonte d’ispirazione: in particolare Aaron Sorkin e la sua serie TV The Newsroom – l’estratto nel video qui sotto. Il concetto è simile alla spuntina blu arricchita con le emoticon (o qualsiasi altra soluzione grafica) relative al campo e al livello di competenza posseduto. Allo stesso modo sarebbe giusto evidenziare i profili e i soggetti che creano, pubblicano e diffondono costantemente informazioni false. Se un ristorante fallisse ripetutamente i controlli di igiene, servendo piatti e ingredienti scaduti, sarebbe segnalato e portato a chiudere. Allo stesso modo, chi costruisce i propri interessi sulla diffusione di sensazionalismo e disinformazione non può continuare sempre a farlo come se nulla fosse.

  • Fact Checking = Controllo Qualità

Ogni momento di crisi viene seguito da una correzione del regolatorio e l’applicazione di nuove leggi e regole per prevenirlo in futuro. La Crisi Subprime del 2008 portò a nuove regole di controlli e trasparenza per l’intero sistema finanziario. Il disastro della Deepwater Horizon del 2010 a regole più stringenti, favorevoli all’ambiente e intensificazione dei controlli nelle operazioni di estrazione di petrolio (misure poi rimosse o rilassate da Trump nel 2018).
Il coronavirus porterà senza dubbio a un cambiamento di regole, comportamenti e abitudini. La crisi dell’infodemia è invece aperta da anni. Non esiste altro settore che non risponda a dei criteri minimi di sicurezza o qualità (le automobili vengono testate, gli alimenti controllati, i farmaci sperimentati). Le informazioni online rimangono una questione irrisolta a livello globale, la legislazione americana attuale solleva le Big Tech da ogni responsabilità e qualsiasi sforzo da loro fatto finora ha mancato quantomeno di convinzione, per certo di efficacia. 

Nella mitologia greca i Titani erano le forme più primordiali di divinità, esseri straordinari che incarnavano le forze della natura o le emozioni umane di base. Riprendendo la mission statement di Google: 

“La nostra missione è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e utili.” 

Le fake news non sono solo inutili: sono pericolose, dannose e hanno conseguenze concrete. Google, Facebook, Amazon, Apple e gli altri esseri straordinari del nostro tempo hanno dimostrato di sapersi muovere in modo veloce, massivo ed efficace. Non accontentiamoci.

P.S. – Ieri (2 Aprile) Google ha annunciato la donazione di 6,5 milioni di dollari in sostegno a diverse organizzazioni di fact checkers no profit. L’iniziativa segue a ruota Facebook che il 17 marzo metteva 2 milioni di dollari a disposizione di Lenfest Institute for Journalism, Local Media Association e l’International Fact-Checking Network (IFCN). Sono ulteriori ottimi passi in avanti e segnali di una presa di coscienza sempre più profonda. Facebook impiega circa un quarto d’ora minuti a fatturare 2 milioni, Google poco più di venti minuti per fatturarne 6,5. Non accontentiamoci!

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