La chimica dello storytelling: come le storie ci catturano senza chiedere il permesso

La chimica dello storytelling

New Jersey, 2009. Rob Walker e Joshua Glenn hanno appena comprato 200 oggetti su ebay, il loro prezzo medio 1.25 $. I due stanno cercando di dimostrare che le storie non hanno solo un potere emotivo ma possono anche cambiare il valore economico delle cose che ci circondano.

Coinvolgono così una serie di scrittori, sceneggiatori e giornalisti e ottengono una storia per ognuno di questi piccoli, semplici, oggetti. Messi di nuovo all’asta, questa volta ognuno di loro è accompagnato dalla sua storia, e il totale del ricavato arriva fino a quasi 8.000 $.

Quaranta volte tanto. Perché le storie hanno questo potere su di noi?

Fin da bambini le storie ci emozionano, ci commuovono, ci coinvolgono come nessun’altra forma di comunicazione. Se questi concetti astratti però sono così universalmente riconosciuti è solo perché si basano su concreti effetti che le storie hanno sulle nostre menti: la chimica delle storie.

Ascoltare o leggere una storia non è un’attività passiva per il nostro cervello. Risonanze magnetiche mostrano come un certo tipo di linguaggio, in particolar modo le descrizioni e le narrazioni, vanno ad accendere le stesse regioni neurologiche che attivano azioni e movimento.

Altri studi sembrano dimostrare poi come storie coinvolgenti portino a rilascio di neurotrasmettitori come la dopamina, responsabile tra le altre cose di aumentare la concentrazione, accendere la curiosità e fissare elementi nella nostra memoria. Non a caso le storie sono tra le forme più semplici per noi da ricordare.

Inoltre, quando una storia si sviluppa attorno a personaggi definiti, le parti del nostro cervello che guidano la nostra empatia vengono stimolate, rendendoci più ricettivi nei confronti dei pensieri e delle emozioni altrui.

È in questo caso la ossitocina, l’elemento che viene prodotto e che viene collegato anche ad una maggiore disposizione alla cooperazione con gli altri.

Di fatto, siamo tecnologicamente programmati per essere catturati e guidati da una bella storia.

Ma quali sono gli ingredienti di una bella storia?

Le forme e i segreti della narrativa, dello sviluppo in atti e dei passaggi di una fiaba sono facilmente reperibili. Un buon consiglio però può arrivare da chi, non scrive storie, ma canzoni.

Adam Duritz, anima dei Counting Crows, si è sentito spesso chiedere perché faccia uso di così tanti nomi propri di persona nelle sue canzoni, la risposta è una ricetta per ottimo storytelling:

“[…] uno dei modi per scrivere bene, almeno per come mi è stato insegnato, sono i dettagli. I dettagli per me sono importanti. Quando abbiamo cominciato, tra la casa discografica e gli altri, la gente mi chiedeva di smettere di usare così tanti dettagli, che i nomi propri di persona o di luoghi rendevano più difficile immedesimarsi nelle mie canzoni, che era una cattiva idea usarli. A me è sempre sembrata stupida come cosa.

Credo che se vuoi raccontare a qualcuno le tue emozioni in una canzone, devi partire da cosa c’è nelle pareti della stanza. E questo, per quanto semplice, funziona veramente.

È come Faulkner, Hemingway, è come tutti quelli che ho letto crescendo funzionano. Racconti cosa c’è sulle pareti. Le emozioni escono tra le righe. È molto meglio dire -all at once you look across a crowded room to see the way that light attaches to a girl – piuttosto che – I’ve got a crush on her. Sono i dettagli che rendono le cose importanti.

E i nomi propri sono importanti per me, e quindi li uso. E penso faccia presa anche sulle persone che ascoltano, anche se non è proprio il nome che hanno in testa. C’è chi mi chiede: Chi è Anna? …beh lei è Anna – dalla splendida Anna Begins – , non la conosci, è australiana. Ma è anche ogni ragazza per la quale hai mai sentito le stesse cose.”

Le canzoni, come le storie, funzionano perché sanno prenderci senza chiedercelo: siamo fatti per viverle, crearne di nuove e farci assorbire fino in fondo. Che sia ossitocina, dopamina, un’asta di ebay o solo il bisogno di sapere come andrà a finire.

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